Ci dicono dalla Sicilia che i corrieri di Bernardo Provenzano utilizzavano i quaderni moleskine per la contabilità del pizzo. Lo chiamavano u' moleskine (fonte: tg3 nazionale, ed. delle 14:20). L'amico che mi segnala la notizia ci chiede: Chatwin sarebbe contento, no?
La notizia invita a riflettere. Premessa: i "mitici" quadernetti sono stati utilizzati da generazioni di maestrini, scolaretti e povericristi, e non solo da vari artisti e intellettuali perché, fino a una certa epoca, non c'era molto da scegliere (se non piacevano i quaderni con balilla e calciatori). Insomma, gli oggetti in questione non erano ancora diventati taccuini per tacchini (Pappagone in Patagonia, insomma), e il nome non era ancora diventato una marca. Diciamo che erano più sobri, eleganti e funzionali rispetto a quanto passava il convento. Per Chatwin si trattava di un oggetto di antiquariato, preferibile a prodotti più banali e commerciali (e come, se no?). Ma, al di là dell'historique dell'oggetto (qualche considerazione un minimo più seria qui), resta da capire per quale operazione di cialtron-marketing ci si ostina a citare sempre e comunque il sopravvalutatissimo snob giramondo? Probabilmente è colpa di Chatwin, che certo non si sarebbe mai sognato (o magari sì?) l'effetto valanga generato dall'operazione di marketing che ha potuto vendere il prodotto grazie all'immensa disponibilità dei nostri concittadini. Insomma, esaurita la collezione di swatch e smaltita l'orgia di edonismo reaganiano, i nostri compatrioti sono passati a qualcosa di più culturally correct: si vedano gli esempi reperiti dalla Terra dei Mille e Un Weblog (qui, qua, là; per fortuna, lì qualche sano spunto critico), dove il frusto calepino non si è tramutato ancora in una Mythologie uso Barthes, ma certamente in un luogo comune da cultura pop. Di qui i rigurgiti snobistici di noialtri acidisignori, e un colpevole plauso all'impiego dell'oggetto per fini delinquenziali.


